Beach Boys

I Beach Boys ed il surf rock americano

I Beach Boys sono uno di quei gruppi che ha diviso gli appassionati del rock: o vengono ritenuti dei geni, oppure sono odiati per il successo mondiale ottenuto grazie ad idee molto facili e per giunta ripetitive.
Personalmente, nonostante non sia un genere che io ascolti molto, sto dalla parte di coloro che li ritengono dei geni, rimproverando però loro una discografia eccessiva, con album esclusivamente incentrati su singoli destinati a rimanere nella storia, ma anche canzoncine un pò troppo scontate. Questo in generale, nel particolare vedremo che ci sono delle eccezioni.
La band nasce come un gruppo “a conduzione familiare”, nel senso che è composta dai tre fratelli Mike, Denis e soprattutto Brian Wilson, oltre che il cugino Mike Love ed il vicino di casa Al Jardine. Il luogo, raramente nella storia della musica è così necessario sottolinearli, è quella California che sarà continua fonte di ispirazione della band; ci saranno variazioni nella line-up, quella che è stata citata è comunque la formazione principale.
A proposito dei Beach Boys è necessario parlare anche del periodo storico in cui ci troviamo: la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo, ma non da tantissimo e negli Stati Uniti il desiderio predominante era buttarsi tutto alle spalle, divertirsi e svagarsi; uno dei simboli di questa vitalità era la California con le sue spiagge ed il mare perfetto per il surf. Il genere musicale che nasce in quel periodo si chiama surf-rock, fatto di ritmi veloci, allegri e spensierati: niente di impegnativo, solo l’espressione di una gran voglia di divertirsi. Il maestro del genere era un certo Dick Dale, al quale il gruppo si ispirò in maniera abbastanza netta; altra influenza fu il rock ‘n roll di Chuck Barry.

Tornando al gruppo, l’esordio discografico è intitolato “Surfin’Safari”, ma più che un disco, sembra essere un simpatico tributo a Dick Dale. Decisamente meglio le cose vanno con il successivo “Surfin’ USA”, album trainato da quel successo destinato a rimanere negli annali che è la title-track, che a sua volta è una rivisitazione di un arrangiamento di Chuck Barry. L’album, comunque, offre ottime interpretazioni di classici del rock’n roll e del surf rock, tra cui spicca ovviamente “Misirlou” di Dick Dale. Il resto delle canzoni servono per definire lo stile del gruppo che si consoliderà negli anni. Il disco, comunque, è da considerare una vera pietra miliare del rock.
Verso la seconda metà del 1964 il gruppo, in poco più di due anni, era arrivato al sesto album: “All Summer Long”; questo è, a mio giudizio, il momento più convincente della loro carriera: anche qui c’è il singolo di successo destinato a rimanere nella storia (“I Get Around”), ma in questo caso è tutto l’album dall’inizio alla fine a convincere, con tutte le canzoni ben distinte e studiate, mentre nei lavori precedenti c’era sempre qualche brano fatto appositamente per riempire il disco; lo stile rimane quello dell’inizio, ed è in effetti il loro marchio di fabbrica.
Nel 1965 il gruppo produsse tre album, che purtroppo rappresentano un passo indietro, penalizzati da una produzione troppo frettolosa che li fece tornare al loro vecchio difetto di comporre un album per esaltare una sola canzone. I dischi si chiamano “Today”, “Summer Days (And Summer Nights!!!)” e “Party”. I singoli, comunque più che belli, sono rispettivamente “Dance Dance Dance”, “California Girls” e “Barbara Ann”, che però risultano essere tre Cattedrali nel deserto.
Arriviamo così al 1966, anno strano: il pubblico sembra essere improvvisamente stanco di un genere musicale basato esclusivamente su feste, amore e spensieratezza, vuole qualcosa di più elaborato; poco prima, in Inghilterra i Beatles producono “Rubber Soul”, disco che segna l’inizio di un cambiamento del rock in generale; la risposta di Brian Wilson non si fece attendere: “Pet Sounds” non è più l’album fatto per esaltare una singola canzone destinata a rimanere tormentone per le feste da spiaggia; è un insieme di canzoni tutte unite tra di loro e tutte meritevoli di considerazione dal punto di vista artistico, come nella miglior tradizione dei concept album. La spensieratezza dei lavori precedenti lascia spazio a riferimenti a tematiche e ad una musica decisamente più introspettiva; anche qui, comunque, è necessario citare un singolo che rimarrà nella storia: “Wouldn’t It Be Nice”. In tutta sincerità penso che se quest’album fosse messo in mezzo alla discografia dei Beatles, potrebbe essere benissimo scambiato per una loro produzione. La reazione del pubblico a questo cambiamento fu piuttosto fredda, al contrario della critica che lo esalta al punto che la rivista Rolling Stone lo mette al secondo posto come album più bello di sempre, subito dopo il non dissimile “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles. Personalmente lo ritengo sicuramente una pietra miliare della musica, ma mi sembra leggermente sotto i migliori lavori dei Beatles; tuttavia in questo caso, ancor più che con “All Summer Long” c’è la voglia di fare una opera completa nella sua interezza.
Il gruppo, evidentemente soddisfatto, decise di continuare su questa falsa riga, ma il loro vizio di buttar giù una quantità industriale di album in un tempo brevissimo si rivelò il loro peggior nemico. In meno di sette anni la discografia dei Beach Boys comprendeva 13 album da studio (!). Negli anni seguenti la band pensò di dedicarsi più ai litigi interni ed ai cambi di formazione, piuttosto che produrre qualcosa di valido, con la conseguenza che la loro discografia successiva ebbe risultati piuttosto trascurabili.
Finora non avevo parlato di un particolare che alla lunga diventò importante: i Beach Boys, nonostante l’immagine di bravi ragazzi che danno, avevano seri problemi con alcol e droga; nel 1983 Denis Wilson fu il primo a farne le spese, morendo ubriaco annegato in quel mare che tanti successi gli aveva portato. Dopo la sua morte, le raccolte e gli inediti si sprecarono, ma di rilevante dal punto di vista musicale non ci fu niente. Nel 1998, con la morte per tumore di Carl Wilson, per il gruppo arrivò la parola fine.
Al di là delle loro vite private, comunque, i Beach Boys come nessun altro gruppo nella storia della musica americana sono riusciti a rappresentare quei giovani di classe media così tanto desiderosi di divertimento.

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